Comprereste le azioni di Facebook?

Venerdì scorso Facebook è sbarcato in borsa, finalmente. L’attesa è stata molta, tanta, forse troppa, soprattutto se si considera che la quotazione sul mercato sia un passaggio quasi obbligato per una company di successo che vuole pensare in grande; come appunto fa Facebook.

La ragione di questo hype pazzesco è che quella di Facebook non è una quotazione come le altre. Non stiamo parlando di un’azienda di automobili, né di una banca, o una compagnia petrolifica; non è neanche Linkedin, o Zynga, o Groupon. È il più grande social network del mondo. This is Facebook, bitch.

Se era lo spettacolo che volevamo, spettacolo è stato. La quotazione dello Juggernaut di Menlo Park sarà ricordata come uno dei fatti più rappresentativi di questi anni, sia per il risultato finanziario (è la terza più grande quotazione di sempre nella storia degli stati uniti, e la prima per un’azienda di tecnologia), che per il suo significato.

Come era quindi logico aspettarsi, già dal giorno precedente all’evento – sì, perché proprio di evento si è tratto – è stato praticamente impossibile stare dietro a tutti gli articoli, post, meme, commenti a caldo, poi a freddo, aggiornamenti, recap, recensioni, analisi, ricostruzioni, proiezioni, e quindi dietrologie. Facendo però una rapida (e incompleta) rassegna stampa mi sono reso conto che il giudizio generale sulla risultato della IPO sia per lo più negativo, e che non ci sia poi così tanto ottimismo sul futuro di Facebook. Di fatto le idee più ricorrenti sono:

  • Che gli ultimi dati sulle revenues non giustifichino la valutazione mastodontica raggiunta;
  • Che più in generale Facebook non abbia un business solido su cui contare, vedi lo scarso appeal della piattaforma di advertising che offre o la grande incognita legata alla crescita del traffico da mobile;
  • Che Mark Zuckerberg non sia in grado (o comunque non pronto) di dirigere la sua creatura, mantenere lo spirito innovativo da startup e contemporaneamente creare valore per gli shareholder che ben presto inizieranno a bussare alla sua porta;
  • Che il timing dell’IPO sia stato sbagliato: troppo tardi per l’azienda e nel bel mezzo di una bufera economica planetaria;
  • Che si sia “semplicemente” in un’altra bolla, Facebook sia una moda passeggera – che starebbe anche stufando – e con lui i social media di massa.

[Piccola nota a margine. In molti degli affondi e critiche che mi è capitato di leggere c’è più di una punta di piacere sadico, revanchismo e ansia da opinione che si potrebbe riassumere così: Facebook sta antipatico, di quell’antipatia che il primo della classe si trova appiccicato addosso.]

Diciamo che su alcuni dei punti sopra non sono troppo d’accordo, però, prima di dire la mia, mi piacerebbe mettere in fila qualche numero, così che sia più facile ragionare assieme:

Numeri dell’IPO

  • Prezzo di collocamento per azioni: 38 dollari;
  • Prezzo attuale: 32,7 dollari (-14%);
  • Numero di azioni cartolarizzate: 421.233.615;
  • Totale ricavi dalla vendita delle azioni: 16,01 miliardi di dollari, la terza più grande di sempre (42% Facebook – 58% investitori), abbastanza da poter dare 17 dollari a ciascun utente;
  • Percentuale azioni detenute da Zuckerberg: 28.4%, ma il 57,1% di quelle di classe B (con diritto di voto). Che lo rendono un uomo piuttosto ricco;
  • Matrimoni nati sotto la buona stella di questa IPO: 1, quello tra il buon Mark e la sua fidanzata Priscilla.

Numeri di Facebook Inc.:

  • Fatturato 2011: 3,711 miliardi di dollari, di cui 84,99% da inserzioni pubblicitarie. In crescita ma al ribasso rispetto alle aspettative (2010: 1,974b, 2009: 777m);
  • Utile netto nel 2011: 1 miliardo di dollari (2010: 606m, 2009: 229m);
  • Valore complessivo di Facebook: 104,7 miliardi di dollari, la più grande azienda di sempre ad essere quotata;
  • Click-through rate sull’advertising: 0.05% (il CTR di Google è 0,4%, tanto per intendersi).

Ricavi al di sotto delle previsioni, modello di business – l’advertising – molto faticoso e poco vantaggioso per tutti gli stakeholder (Facebook, inserzionisti, utenti), ma una valutazione da capogiro. (C’è anche chi ci va giù anche più duramente…)

Stai a vedere che quei profeti di sventura hanno davvero ragione. Sulla scorta dell’entusiamo Facebook è stato pompato al massimo, così da schizzare il più in alto possibile e permettere agli investitori di fare cassa e mollare gli ormeggi, proprio perché il suo futuro non è per nulla roseo.

Il punto che non mi torna è proprio questo; però mi serve qualche altro numero per spiegarmi meglio e poi riprendiamo il discorso.

I numeri dell’engagement:

  • Utenti attivi mensili (MAU): 901 milioni
  • Utenti attivi giornalieri (DAU): 526 milioni
  • Utenti attivi mensili da mobile: 500 milioni
  • Connessioni tra gli utenti: 125 miliardi
  • Commenti e “like” giornalieri: 3,2 miliardi
  • Page view mensili: 1 trilione (2011)

La prima cosa che vorrei condividere è che non siamo in una bolla. D’accordo, alcune aziende sono “overvalued”, ma è ok, è così che funziona. Come hanno spiegato benissimo Stefano Bernardi e Marco Magnocavallo (che vi consiglio assolutamente di seguire), la differenza rispetto a dodici anni fa è che oggi ci sono due miliardi di persone online (e 1.8 miliardi di smartphone) che comunicano, socializzano, comprano online quotidianamente e  non hanno minimamente intenzione di smettere di farlo.

E parlano di tutto, di loro, dei loro interessi, ma sempre di più di prodotti, brand, aziende. La conseguenza è che oggi il mercato è controllato dalle persone – questo è uno dei tratti della rivoluzione di cui parliamo. Il valore di un’organizzazione quindi non è dato solo dalle sue revenues o dalla solidità del business model, ma innanzitutto dall’engagement che riesce a generare. Non è una moda, è la nuova moneta.

E forse allora la risposta è sì, quei soldi Facebook li vale tutti, e i presupposti per dire che ne varrà ancora di più ci sono eccome. Perché il giorno dopo la quotazione, i suoi 900 milioni di utenti non hanno fatto logout siccome i titolo aveva perso 10 punti, ma hanno continuato a condividere, commentare, connettersi, comunicare e fare “like” facendo crescere il suo valore.

Lo sappiamo tutti, forse però ha senso scriverlo: il patrimonio di Facebook è proprio questo, è l’essere diventato il luogo insostituibile per la condivisione, sono tutte le persone che ci sono dentro. Non è una preferenza, ma un dato di fatto.

Quindi sì ancora una volta. Sì, le azione di Facebook me le comprerei di sicuro.

 

 

Fonti dei dati:

Uno spunto interessante: Nine things you should know about facebook IPO, soprattutto la parte sulle “revenue options”

 

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