La connessione da servizio aggiuntivo al device ad attributo della persona

Uno smartphone, anzi due, un tablet, un netbook, poi i laptop, uno per il lavoro e uno per il tempo libero. Sei device, praticamente sempre in mobilità, tranne quelle sere che al divano proprio non si può dire di no.

L’equipaggiamento per vivere Always On, più o meno. Ma quante persone già conosciamo così? Sempre connessi, ovunque, per qualunque cosa. Sei device con un denominatore comune: connessione. Senza, sono pezzi di plastica (o alluminio, per carità!) dal design mediamente curato.

In un mondo in cui le parole d’ordine sono diventate “As a service”, “Cloud”, “Mobilità”; dove tutto, persino la banca e il supermercato, sono online, “essere connessi” è diventato un attributo della persona. Essere senza connessione significa tagliare via una parte sempre più grande di sé, piaccia o meno. (Giusto ieri leggevo lo status di un amico su Facebook che si scusava anticipatamente con tutti perché sarebbe stato senza connessione fino al 25 giugno…)

Siamo protagonisti di un cambio di paradigma straordinariamente significativo: la “connessione” sta passando da essere un servizio aggiuntivo al device a uno per la persona. Siamo a noi a essere connessi, non il nostro cellulare. E allora perché dobbiamo essere noi a doverci adattare alla connessione del nostro cellulare, o a quella del tablet, e non viceversa? Perché dobbiamo avere tre connessioni per abilitare altrettanti device, quando invece il nostro bisogno è unico e riguarda noi e nient’altro, cioè essere connessi? È ciò che sta con noi, in quanto nostro strumento, a dover essere connesso, e non viceversa.

Ma tutto questo non è notizia di oggi, e forse neanche di ieri. Quello che invece è successo è che anche gli operatori telefonici, i nostri “pusher” di connessione, si stanno accorgendo di questo shift. Anche se a modo loro e con i loro tempi.

Ieri Verizon, il secondo operatore telefonico degli Stati Uniti, ha presentato la sua nuova offerta “Share Everything”, un piano che include in un’unica soluzione chiamate e messaggi illimitati e una quantità di dati (da 1 a 10 GB al mese) da utilizzare spalmandoli a piacere su un massimo 10 device diversi, con anche la possibilità di utilizzare senza costi aggiuntivi l’hotspot mobile.

I direttori marketing di Verizon probabilmente si devono essere resi conto che avere tre contratti/piani/bollette per tre device diversi, ma per fare essenzialmente la stessa cosa – stare connessi – non è esattamente la massima aspirazione per un cliente che ha tutto fuorché voglia di complicarsi la vita. Questo passaggio significa invece accorciare la distanza tra il mondo in cui vive la domanda e quello in cui crede di trovarsi l’offerta.

Significa che la strategia di marketing da product-driven diventa customer-driven. Non più quindi “in che modo posso impacchettare il mio prodotto al meglio in modo da farlo comprare al mio cliente?” ma “in che modo con il mio prodotto posso rispondere alle sue esigenze ed entrare a far parte del suo stile di vita?”. Che sulla carta (e nella testa delle persone) è un passaggio senza resistenze, ma per un’organizzazione è un cambio di baricentro impegnativo che richiede nuove competenze e risorse ed energie speciali.

Quindi, giusto per capire, siamo arrivati al piano telefonico perfetto? Nemmeno lontanamente, con 10 gigabyte un heavy user non ci arriva nemmeno al 15 del mese. E perché mai dovrei pagare una fee mensile per ogni device che “attacco” alla connessione? È la mia connessione, fatela gestire a me.

Da qualche parte ho letto un termine che mi è piaciuto tantissimo: mi-fi. Ecco, voglio la mia wi-fi, che mi porto in giro. Perché l’hotspot verso quella parte di me che sta online, in rete, dispersa e ridondata nei server di mezzo mondo, voglio essere io; non questa piastrella di plastica e vetro che mi tengo nel taschino.

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