La crisi: “prendiamola con filosofia”

Settimana scorsa, mi trovavo con la mia amica Chiara (@chiaratonda) all’aeroporto di Madrid, pronta per salire sull’aereo di ritorno verso Milano. Come da tradizione ho fatto il mio tipico acquisto propedeutico al volo: una rivista locale. Sono entrata nell’edicola e ho fatto una veloce rassegna dei magazine, alla ricerca di qualcosa che potesse essere di mio interesse. Mi imbatto in questa rivista enorme intitolata “Filosofìa Hoy. Cuestionar, descubrir, vivir tu mundo”.

Inizio a sfogliarla e subito accanto all’indice trovo un interessante trafiletto, intitolato “¿Por qué saldremos de la crisis?” (“Perchè usciremo dalla crisi?”). L’articolo mi è parso subito un interessante spunto di riflessione sulle tematiche legate al mondo della Market Revolution. Ciò che mi colpisce immediatamente leggendo è la visione positiva e razionale che l’autore, El incansable Jack (l’instancabile Jack) dà di questo difficile argomento:

“Uscire da una crisi economica o finanziaria è un processo inevitabile sviluppato dalle società per tornare a galla. Sempre. Le vie d’uscita dalle crisi periodiche richiedono sempre dei meccanismi che, in forma non pianificata, dispongono gli individui in atteggiamenti di protezione, facendoli aggregare in maniera inconsapevole attorno alle società impattate. Questi atteggiamenti ricordano quelli che i nostri antenati mettevano in pratica di fronte alle carestie o alle catastrofi naturali: si cercavano nuovi spazi in luoghi reconditi della savana o si cercava di pescare in acque diverse. Oggi, allo stesso modo, la società – l’Europa per esempio – percorre le strade principali che la porteranno verso l’uscita dalla crisi.”

Trovo affascinante la similitudine, quanto meno negli atteggiamenti, tra questo mondo iper sviluppato e quello dei nostri antenati, perchè di fatto si tratta pur sempre di trovare “nuovi spazi”, siano essi nuovi mercati – oceani blu – o nuovi posti dove andare a caccia. La scarsità di risorse ci porta, a prescindere dall’epoca, ad agire nello stesso modo. L’autore di questo articolo dà una visione di quelle che lui definisce come strade principali da percorrere per uscire da una crisi, declinando quattro punti essenziali, che vi riporto uno a uno.

1. Un movimento sociale verso la periferia (inteso come l’apertura migratoria ad altri paesi, città, aree, la ricerca di negozi periferici, la riscoperta di attività dimenticate, etc.)

Aprire le frontiere significa di fatto, al di là della globalizzazione, aprire le porte al diverso, all’unico, a ciò fino ad ora abbiamo ignorato e che percepiamo come nuovo.  Mi viene in mente ciò che ha scritto Valentina: “Il consumo di massa non ascolta, non riconosce, non comunica”. El incansable Jack parla di apertura al nuovo mentre incuriosisce che osservando il nostro mondo e i suoi diversi paesi si percepisca piuttosto chiusura, una sorta di trincerazione in difesa. Ci difendiamo da un mondo in cui sarebbe da fare circolare ogni cosa, anche perchè le cose circolano nostro malgrado.

2. Si recupera l’innovazione essenziale: si tratta di scoprire quegli elementi redditizi che sono sottovalutati nei momenti di prosperitá

In un mondo che ha tutto e che è cresciuto con il baluardo della “problematizzazione dell’ovvio”, l’unica soluzione è il recupero dell’essenzialità e della semplicità. Oggi cerchiamo prodotti semplici, belli e puliti, siano essi siti web o oggetti di design. Siamo lontani dalla fase barocca del bello e siamo piuttosto vicini ad oggetti come iPad e simili, oggetti talmente semplici che non necessitano nemmeno di un manuale di istruzioni, letteralmente a prova di bambino.

3. Distribuzione più efficiente delle risorse scarse: siano fisiche, finanziarie, industriali, collettive o individuali. L’austerità abbassa i prezzi di ciò che facciamo e per questo smettiamo di fare, perchè ancora impantanati nella deprimente crisi.

Probabilmente questo mondo ancora non è pronto per una simile consapevolezza, ma è tuttavia chiamato a riflessioni ancora più estreme rispetto al concetto di redistribuzione: le risorse sono condivise. Siamo di fronte allo sviluppo della sharing economy (crowdsourcing, cloud computing, creative commons etc.) e probabilmente, almeno dal mio punto vista, questa è e sarà la direzione per trovare una via d’uscita da questa deprimente crisis. Giusto pochi giorni fa abbiamo pubblicato un’intervista alla startup Airbnb, un’azienda che ha compreso molto bene come la condivisione di risorse possa essere una redditizia fonte di business.

4. Abbandonare la visione a lungo termine (propria della prosperità e della speculazione) e sottomettere i nostri progetti vitali al breve termine. E’ scritto nella nostra natura il cedere ripetutamente all’ottimismo inebriante della prosperità (e creatore delle speculazioni), al pessimismo paralizzante della crisi e dopo lo sviluppo di questo pessimismo, iniziare a muoverci nella direzione sopra citata.

Non si tratta di pensare piccolo, ma di pensare mirato, in un modo che assomiglia al principio delle Startup dell’era del web: Think big. Start small. Grow fast. Le aziende vivono oggi momenti complessi anche per la dispersione delle risorse che hanno in gioco. Pensare in grande è chiaramente sempre giusto, ma diviene fondamentale declinare in maniera precisa il proprio modello di business, comprendendo a fondo gli insight dei consumatori della crisi e anticipando quelli che saranno i trend post-crisi.

Market Revolution è ciò che accade oggi. Non è solo business o azienda, ma una chiave di lettura trasversale dei fenomeni e comportamenti sociali che, se riletti con l’occhio dell’azienda, possono fare la differenza nell’avere successo.

Uno dei primi post di questo blog è uscito con una importante domanda: “E se non fosse colpa della Crisi? Se questa fosse solo un problema, ma non il problema? E se la vera causa fosse da un’altra parte?”. La crisi economica è un importante punto di partenza per riflettere sul fatto che, come ci dice  El incansable Jack, quello che viviamo fa parte della storia e basta trovare il percorso giusto per trasformare un vincolo in opportunità.

La giusta domanda da farsi probabilmente è, per dirla con Spencer Johnson, “Che cosa faresti, se non avessi paura?” (cit. “Chi ha spostato il mio formaggio?”).

Nessuno dice che sia facile…ma è possibile!

 

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