Lunedì, 19 Marzo, 2012
Inspiring Route, Post, business model, collaborazione, design thinking, digital, innovation, makers, tech
La nuova rivoluzione industriale: i Makers

Nel precedente post avevamo anticipato la nostra partecipazione all’evento World Wide Rome – the Makers Edition tenutosi a Roma lo scorso 9 marzo. Venerdì mattina quindi, di buona lena, siamo saltati in carrozza e ci siamo fiondati all’Acquario Romano per andare a conoscere questi Makers e ascoltarli parlare della nuova rivoluzione industriale.

Avevamo aspettative altissime ma sono state decisamente tutte mantenute. A casa abbiamo riportato tante nuove idee, delle scoperte bellissime, storie incredibili e un’energia pazzesca. E tutto questo grazie a loro, ai tantissimi protagonisti dell’evento, maker e non solo, che hanno raccontato le loro storie e i loro progetti: Chris Anderson, Massimo Banzi, Dale Dougherty, Alberto Cottica, Simona Maschi,i Kent’s Strapper, Zoe Romano (e lo stesso Riccardo Luna, curatore dell’evento), giusto per citarne alcuni.

In questo post vorrei non tanto ripercorrere gli interventi della giornata, anche perché già fatto molto bene da altri, ma piuttosto condividere le idee che hanno più emozionato e descrivere gli aspetti caratteristici di questa nuova rivoluzione industriale.

Cambia il modo con cui si producono cose, si fanno le fabbriche, si crea ricchezza.

È iniziata con queste parole la giornata dedicata ai Makers. Chi sono? Sono coloro che amano creare, che inventano, progettano e producono con strumenti alla portata di tutti; persone che non si limitano a fare “slide” (“make things not slides” hanno gridato dal palco i Vectorealism) ma innovano, costruiscono il futuro; sono gli artigiani della nuova rivoluzione, che uniscono tecnologia, creatività e manualità, coloro che stanno facendo con gli atomi quello che la generazione precedente ha fatto con i bit.

Già, atomi e bit. Gli “atomi sono i nuovi bit” dice Chris Anderson. La terza rivoluzione industriale, con i suoi computer e internet, ha democratizzato gli strumenti di creazione e distribuzione dell’informazione aprendo le porte all’epoca del self-publishing, che ha scardinato dal basso (bottom-up) l’industria dei contenuti, i cui pesi massimi sono ora chiusi all’angolo o andati al tappeto.

Oggi si apre però una nuova era: qualcosa di analogo sta avvenendo per le “cose”. La disponibilità di tecnologie di produzione a basso costo, come la Stampa 3D (La stampante MakerBot costa 1700 dollari, spicciolo più spicciolo meno) e di piattaforme software-hardware open source come Arduino (30 dollari per una scheda Uno, 100 per un kit completo), l’emergere del internet of things e il consolidamento dei marketplace digitali (Etsy, eBay, Kickstarter), stanno democratizzando gli strumenti di creazione e distribuzione di prodotti. Sta accadendo agli “atomi” quello che nell’ultimo decennio è successo alla musica. Non esistono più barriere: è possibile remixare, creare, produrre, promuovere, distribuire e vendere musica direttamente dalla propria scrivania. Non più solo User Generated Content ma anche User Generated Goods: questa è la nuova rivoluzione dei Makers. È iniziato l’assedio perfino all’ultimo baluardo dell’industria (quella con la I maiuscola) che continua a perdere pezzi; non solo contenuti, idee, informazioni, ma anche prodotti, cose, atomi.

Non è solo la filiera produttiva a esser messa in discussione, ma è l’intero paradigma a perdere di significato. Che valore può avere un brevetto in un mondo in cui ognuno può scaricare un oggetto di un designer famoso da Pirate Bay, modificarlo a piacimento (ma anche no) e “stamparselo” in casa? Che ruolo hanno le garanzie e i contratti di manutenzione in un ambiente tecnologico permissivo? Che fine fanno i brand, la parte immateriale del prodotto che in buona parte ne giustifica il prezzo, se ognuno è in grado ricreare, riprodurre e diffondere dal proprio computer?

C’era però da aspettarselo da questi Makers. La cultura da cui vengono è quella della rete,del open source, del peer-to-peer, della collaborazione, del hacking – nella sua accezione positiva – ma anche dell’etica del Do-It-Yourself o del Do-It-With-Others, del learning by doing e del fast prototyping. I loro manifesti sono il Cluetrain manifesto, Self-repair manifesto, che rivendicano il sovvertimento della gerarchia basso-alto, la libertà di “metterci le mani”, che rigettano i paradigmi produttivi delle corporation e delle multinazionali.

L’economia dei Makers è di segno opposto rispetto a quella ordinata degli economisti. Si tratta di fare business in modo diverso. Innovare costantemente partendo da “mattoncini” aperti, liberi, a disposizione di tutti; creare, produrre, aprire nuove nicchie di mercato e subito andare oltre perché se l’idea è buona è copiata. “Ma la rivoluzione non è un pranzo di gala”. Non c’è equilibrio in questa economia dei Makers, distruzione e creazione non vanno di pari passo. Non c’è certezza che gli addetti di un settore messo in crisi confluiscano in uno nuovo. È l’espressione della distruzione creativa di Schumpeter, citato da Alberto Cottica nel suo intervento. È un mondo conflittuale, caotico e a tratti violento, dove l’innovazione continua è la sola arma.

Per lottare nel nuovo scenario competitivo va allora abbandonata la cultura dell’era industriale e del broadcast (“qualcuno che fa qualcosa da una parte e la distribuisce a tutti gli altri”), così come l’ha definita Leandro Agrò, e adottare quella della nuova rivoluzione. Le condizioni per vincere sono due: più Makers, in grado di pensare in grande, e più startup, che tengano il piede fermo sull’acceleratore.

È un mondo nuovo, difficile da immaginare e ancor più da capire. Gli strumenti della scienza economica non ci sono più di tanto d’aiuto, perché sfasati rispetto a quello che vorrebbero misurare. Come fare a determinare la ricchezza di un paese? Con il PIL ovviamente. Solo che questa volta non va così. L’economia dei Makers – aperta, collaborativa, autoprodotta – abbatte il PIL facendo volare elicotteri droni con 300 dollari anziché 3.000, senza per questo dimenticarsi di creare ricchezza. Per comprendere questa economia Makers fatta di micro-imprese, agili e votate al rischio, avremo bisogno di nuovi strumenti analitici che ci guidino su questi nuovi terreni accidentati.

E l’Italia? Quale sarà il suo ruolo? Noi partiamo con un vantaggio enorme che non dobbiamo sprecare. Questo vantaggio si chiama Design. Che non vuol dire “disegnare belle forme” ma progettare oggetti che abbiano un’alta funzione sociale. È proprio questo il marchio di fabbrica dei Makers, è il gene di questa nuova rivoluzione. L’opportunità che dobbiamo saper cogliere sta proprio qua, perché “Design” è un brand italiano (come ha fatto notare anche Chris Anderson, se dici “Design” pensi “Italia”) e se l’Italia vuole puntare a risalire, a girare forte, a correre deve fare in modo che il Design torni ad essere il suo vantaggio sul terreno della competizione mondiale.

Su Market Revolution torneremo presto a parlare dei Makers, delle idee e dei loro progetti perché è anche da loro che nasce la rivoluzione del mercato che stiamo raccontando.

Bene, ricapitolando: make things, not slides.

Piccola rassegna stampa:

Vi consigliamo anche il canale di Youtube ufficiale con una selezione degli interventi degli ospiti: link al canale

Twitter:

  • Il twitter-racconto dell’evento (link)
  • Link all’hastagh #Makers12 dell’evento (link)
  • Il nostro live twitting (link)